“UN GATTO NEL CERVELLO” di Lucio Fulci (Italia, 1990)

SINOSSI – Lucio Fulci, proficuo regista horror, cade vittima delle depravazioni che per anni ha rappresentato sullo schermo: scene di violenza e nefandezze gli si presentano in ogni momento della giornata, senza che possa distinguere la differenza tra realtà e allucinazioni. Si affida dunque a un psicologo di dubbia moralità. Questo, infatti, inizia a mietere vittime ma, mediante l’ipnosi, porta il regista a credere di esserne lui stesso l’artefice.

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È strano come qualche volta le riflessioni migliori possano provenire dagli ambiti più inaspettati.

È un film horror, ultragore per essere precisi, stavolta: un Fulci capace di essere spatter, trash e sublime al tempo stesso. Splatter, certo, perché in 87 minuti di pellicola troviamo tutte le efferatezze tipiche dell’horror all’italiana e, in particolare, della filmografia fulciana. Squartamenti con coltelli, motoseghe, uncini, accette, decapitazioni, cannibalismo, decomposizione, perversioni sessuali e (gatti che mangiano un cervello?) picchi di umorismo nerissimo fanno di questo film un grande omaggio a tutta la cinematografia di genere più estrema.

Ma l’apparenza inganna, e la patina di iper-violenza non deve fare da schermo a contenuti ben più pregnanti.

Fulci autor -regista della pellicola-, novello Dante Alighieri, ci accompagna durante la discesa di Fulci agens –quello diegetico negli Inferi della sua stessa produzione. Il Fulci personaggio è costretto rimanere impassibile dinnanzi alle scene più cruente, frutto prima della sua psiche, poi delitti dello psicologo. Lo sguardo del personaggio coincide con quello della mdp, ma i delitti sono realizzati da terzi.

Appare subito evidente la relazione che lega il dottor Fulci al suo psichiatra: la stessa che lega spettatore e pellicola.

Dapprima la violenza è metadiegetica, ossia ne viene rappresentata la rappresentazione: gli omicidi vengono rivelati come falsi, realizzati su un set. Poi diventa allucinazione. Fulci è incapace di distinguere realtà e finzione, si è proiettato, come lo spettatore al cinema, nel cosmo diegetico della sua stessa pellicola. È lo stadio dell’immaginario lacaniano, di confusione tra sé e altro.

Infine le morti divengono “reali”, opera dello psicologo-psicopatico. La prioezione è avvenuta, l’identificazione primaria è stata superata, l’immaginario rimosso. Fulci in questo stadio è uno spettatore passivo, sottomesso alla “figura della legge” -gli ordini ipnotici dello psichiatra – che opera la rimozione. È il luogo del simbolico lacaniano, dell’inconscio impersonale.

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Solo a questo livello si chiarisce il significato dell’intera opera, della scissione tra un Fulci regista e un Fulci personaggio, che è il significato del simbolico di Lacan. Il soggetto – Fulci autore – conferisce significato a dei simboli, che, in questo caso, sono la sua filmografia, i suoi luoghi comuni e i suoi leitmotiv. Tramite questo gesto accentra se stesso intorno a un’unità immaginaria: il Me, diverso dall’Io, costruito intorno a questi simboli.

Fa perno, dunque, sul Fulci diegetico: un’immagine di sé che allontana l’Io nell’alterità della sua filmografia.

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~ di eXistenZ88 su 28 dicembre, 2007.

 
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